domenica 28 dicembre 2014

I vizi capitali nelle letture: Gola

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Posso resistere a tutto, tranne alle tentazioni
Oscar Wilde
Il secondo vizio letterario di cui parlerò è la Gola.
Perfetto in questo periodo. Si arriva alla vigilia di Natale con la bava alla bocca visto che fino al 24 si fanno dei fioretti per non toccare il dolce o il salato. Non capisco se per rimanere in linea fino al fatidico giorno oppure per soffrire. Tanto poi appena arriva il 24 chi ha fatto il fioretto si butta su dolci, salato, bevande varie e recupera tutto quello che ha perso nei giorni precedenti!
Per la serie della dieta non rimane traccia alcuna!
Questo periodo è quindi perfetto per l’ingordigia che si fa strada tra pance e stomaci nella facile crescita di entrambi.
E’ facile trovare libri che parlano di cucina, ma io cerco libri che parlano del vizio senza dosi o ingredienti.
Ne ho trovati alcuni che riporto qui sotto.
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In principio era la tavola di Gopnik Adam, Guanda editore (pubblicato nel 2012).
“Non capisco come faccia una giovane coppia a iniziare la vita insieme comprando un divano o un televisore” disse una volta a Gopnik lo chef britannico Fergus Henderson. “Non lo sanno che la tavola viene prima?” E Adam Gopnik lo sa benissimo: la tavola è il principio di tutto. È il luogo dell’alimentazione e quindi della vita, ma è anche il luogo per eccellenza dove raduniamo gli affetti e perpetuiamo le tradizioni; un luogo di cultura gastronomica e di intrattenimento godereccio. Ma non è sempre stato così. L’autore di questo libro ce lo racconta con dovizia di aneddoti e curiosità. Quando, al posto delle antiche osterie, sono nati i moderni ristoranti? Quando la Rivoluzione ha messo a disposizione dei francesi un buon numero di chef, i cui aristocratici datori di lavoro avevano fatalmente perso la testa… Quando nelle nostre cucine si è cominciato a sentire il bisogno di ricettari? Quando la cucina ha cessato di essere il dominio esclusivo delle donne che, per amore o per forza, si tramandavano le ricette di generazione in generazione. Il tema della tavola, insomma, va ben oltre le disquisizioni eno-gastronomiche tanto di moda negli ultimi anni e le moderne ossessioni alimentari. Gopnik ci rivela, attraverso la storia dei grandi chef e quella dei grandi vini, la centralità del cibo e del bere come elemento di civiltà e continuità del vivere; ci guida con l’entusiasmo del gourmet attraverso i percorsi del gusto, non senza regalarci qualche segreto della sua cucina.
Da far venire l’acquolina in bocca, anche se in questo periodo è facile.
Dirò la verità, non ho mai letto un libro che trattasse del vizio della gola, ma c’è sempre il modo di rimediare. Suggerisco a voi possibili letture ed intanto segno per me quelle che mi stuzzicano.
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Gola. La passione dell’ingordigia. I 7 vizi capitali, di Rigotti Francesca, Il Mulino editore (pubblicato nel 2008).
È il vizio che si vede, perché inscritto nella carne, oltre che nell’anima: cosa si può dire che non sia già stato detto sulla gola, sul vizio che con la sua diffusione planetaria è alla base del fenomeno dell’obesità globale o “globesity”, come viene chiamata l’epidemia mondiale del sovrappeso? Si possono illustrare, accanto ai caratteri tradizionalmente attribuiti a questo peccato, tutti gli aspetti moderni che l’hanno modificato, attraverso gli eccessi del fast food e della McDonaldizzazione da un lato, e la ricerca dello slow food, del cibo genuino, biologico dall’altro. Il libro ripercorre le vicende dell’ingordigia, dagli smisurati e tragici banchetti del mondo antico ai menu del commissario Montalbano, dagli abusi gastronomici delle tavole imperiali all’insaziabile ingurgitare di Pantagruele. Se il rapporto col cibo è sempre stato difficile, ancor più difficile è trovare una misura tra concessione e proibizione. Ma poi peccato o malattia? Vizio volontario o predisposizione genetica, come si chiedono oggi dietologi e medici?
Credo che questo libro sia interessante visto che si pone domande intelligenti. Naturalmente si deve vedere se ci sono risposte altrettanto intelligenti. Ma almeno tratta il vizio in modo sociale. L’obesità in alcuni paesi sta diventando una piaga sociale e viene compromesso il regalo più grande che un umano possa ricevere, la salute. Complici pubblicità e interessi mediatici che indicano luoghi dove mangiare cibo spazzatura che viene recepito come buono dal cervello manipolato da intense ore di pubblicità ingannevole.
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La cucina è arte? Filosofia della passione culinaria, di Perullo Nicola, Carocci editore (pubblicato nel 2014).
La cucina è arte? Questo saggio propone una risposta non convenzionale alla domanda attraverso un articolato percorso tra estetica, storia, antropologia e gastronomia. Ne risulta una sintesi concettuale che intende suscitare un dibattito su un problema al tempo stesso molto antico e attuale, ma che tocca anche la questione dell’arte nel suo complesso. Il volume si struttura in nove tesi, tra teoria ed esempi. Sintetizzandone il contenuto: la cucina è un’arte storicamente determinata, che si produce grazie a tecniche, saperi del corpo e capacità immaginative. Tuttavia, quest’arte non deve intendersi in base al modello formale della rappresentazione visiva, né come produzione eccezionale in antitesi alla dimensione del quotidiano. L’arte culinaria si misura piuttosto con la riuscita gustativa, irriducibile alla dimensione concettuale ed emotiva, e si gioca tra il richiamo del noto e la fascinazione del nuovo. Inoltre, essa attraversa la differenza dei generi, ha a che fare con l’interesse maternale, non si identifica nella nozione di autore per realizzarsi infine pienamente nel contesto ambientale del convivio.
La cucina è il laboratorio, la fucina del vizio in questione e cioè della gola. Perché in quel luogo vengono preparati manicaretti e prelibatezze.
Di contro nelle cucine industriali, mega stanzoni con mega pentoloni, vengono preparati cibi spazzatura. 
Le immagini che si creano nella mente sono di una cucina calda, luminosa, con cuochi che ridono e cantano per la prima e di un posto buio, freddo e con persone simili ad orchi per la seconda.
Ma effettivamente, la cucina è arte. Solo che l’arte culinaria consegue pazienza, armonia ed efficienza nel creare piatti che possono essere paragonati a dei quadri. Per creare un piatto artistico è necessaria la passione, cosa che le cucine industriali (il cibo industriale) non hanno. 
A mio avviso è necessaria anche la tradizione, perché i piatti tramandati per generazioni sono importanti e genuini. 
Forse il problema dei piatti artistici è la quantità, in certi casi minima, stile nouvelle cuisine.
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A tavola!Gli italiani in 7 pranzi, di Scarpellini Emanuela, Laterza editore (pubblicato nel 2012).
Nutrirsi è un’esperienza universale, ma non mangiamo le stesse cose, nello stesso modo, negli stessi luoghi. Osservando attentamente un pasto, potremmo spiegare tutto, o quasi, di una certa popolazione. Questo libro nasce così, per raccontare la storia e le geografie degli italiani partendo dal modo in cui mangiano, dalle usanze dei nobili nella seconda metà dell’Ottocento fino alle ipotesi sui decenni a venire. È realizzato intorno ad alcuni pranzi realmente avvenuti, ricostruiti attraverso fonti storiche di varia natura; usa la storia, ma anche la letteratura, l’arte, i media e le testimonianze orali per spiegare cosa c’è dietro (e dentro) quei piatti.
Giustamente il modo di mangiare varia a seconda dei luoghi.
Un post divertente che va in giro su Facebook distingue ad esempio il pranzo di Natale al Nord e al Sud.
Pranzo di Natale a Nord: Antipastino, Primo, Nebbia, Caffé.
Pranzo di Natale a Sud: 12 Antipasti, 7 Primi, 9 Secondi, 5 Decimi, 13 Panettoni, 1 Re Magio.
Credo proprio rispecchi la realtà. Tradizioni diverse che son portate avanti da generazioni.
Non so cosa faranno quelle nuove visto che portano l’iphone o altri smartphone sulla tavola in attesa di messaggi normali (su Whatsapp, i normali SMS son quasi finiti nel dimenticatoio), messaggi vocali (sempre su Whatsapp o viber, o altri. Meglio se il messaggio supera una riga perché avendo carenze di italiano anche se c’è l’aiuto del correttore, si evitano di fare brutte figure. Sempre se chi riceve il messaggio conosce la grammatica italiana), immagini varie (mandate sempre attraverso Whatsapp) oppure messaggi mandati attraverso social network sempre aperti su certi cellulari (poi si lamentano della già carente batteria!). Loro non credo badino alle tradizioni (forse pochi, ma sicuramente non tutti), anche perché non appena arrivano diecimila messaggi il giovine si alza da tavola dicendo che deve necessariamente raggiungere i suoi amici al bar anche se il pranzo o la cena non è finita.
Questi libri stanno stuzzicando la mia curiosità credo che li prenderò tutti, sono interessanti da leggere.
All’inizio dell’articolo ho accennato ai libri di cucina che spiegano come applicare il vizio a tavola.
Ebbene ne cito alcuni solo perché magari alcuni possono trovarli interessanti, anche se in cucina serve fantasia e soprattutto tradizione.
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Dire, fare, brasare di Carlo Cracco, Rizzoli editore; E’ pronto! Di Benedetta Parodi, Rizzoli editore; Pure tu vuoi fare lo chef? Di Cannavacciuolo, Mondadori editore; La cucina di casa Clerici. Le mie ricette facili e golose da portare in tavola ogni giorno. Di Antonella Clerici, Rizzoli editore.
E molti altri, questi sono alcuni dei più venduti nel mese di dicembre.
Ormai la cucina è diventata mediatica e ci son battaglie di ascolti tra fornelli.
Ripeto che sarebbe meglio seguire le tradizioni per mangiare sicuramente dei buoni e creativi piatti mantenendosi fedeli al peccato di gola che tanto piace a noi italiani e che tanto ci invidia il resto del mondo (o almeno ci invidiava prima di rovinarlo con influssi stranieri o cibo spazzatura)!


Articolo scritto per iltempolastoria.it

http://www.iltempolastoria.it/rubriche/libri-in-viaggio/i-vizi-capitali-nelle-letture-gola/

venerdì 12 dicembre 2014

I vizi capitali nelle letture: Invidia

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Oggi mi son svegliata con un amletico dubbio! Esistono libri sui vizi capitali? Sicuramente sì, ma io li cerco in modalità separata! Non voglio un libro che parli dei vizi capitali insieme, troppo facile e leggere le solite manfrine non fa per me. Cerco libri su invidia, accidia (il vizio capitale più difficile da capire), sulla gola, sulla lussuria, sull’ira, sulla superbia e sull’avarizia, magari all’interno di romanzi oppure nei saggi.
Ebbene sull’invidia ne ho trovati un po’!
Ora ve ne parlo, magari qualcuno che ha troppa invidia riuscirà a comprarne uno per farsi curare (visto quanta invidia c’è in giro).
Naturalmente la maggior parte di questi libri trovati fa parte del genere psicologico o delle scienze umane e quindi ci son brave persone (psicologi, psichiatri quando il problema degenera e psicoanalisti che ascoltano e cercano di curare la persona affetta dal male).
Oltre a questi libri studio, saggi che dir si voglia, ci son anche delle frasi di scrittori che rimandano alle loro opere, ne cito qualcuna anche per suggerire la lettura dei libri corrispondenti (davvero interessanti peraltro).
L’uomo saggio non smette di aver caro ciò che possiede perché qualcun altro possiede qualche altra cosa.
L’invidia, in effetti, è una delle forme di quel vizio, in parte morale, in parte intellettuale, che consiste nel non vedere mai le cose in se stesse, ma soltanto in rapporto ad altre.
Bertrand Russell, La Conquista della Felicità.
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Bertrand Russell è stato un filosofo, matematico e saggista gallese. Era un attivista del pacifismo e divulgò il proprio pensiero in modo filosofico e cioè imperturbabile e paziente.
Ne La conquista della felicità, analizza gli individui e la società attorno ad essi e cerca di spiegare i motivi del malcontento generale.
Proprio oggi ho letto la classifica di soddisfazione degli italiani, siamo solo al trentesimo posto e dopo paesi come il Messico, il Cile, la Spagna, la Slovenia, la Repubblica Ceca, la Repubblica Slovacca e la Polonia. Tecnicamente dopo paesi che dovrebbero avere una depressione cronica per le loro condizioni (tra disoccupazione, inoccupazione, colpi di stato, poco sviluppo e molto altro)!
Russell naturalmente guardava alle condizioni del suo paese, ma questa analisi del malcontento può essere trasferita tranquillamente al nostro Paese, visto che la maggior parte delle persone non sono soddisfatte mai di nulla ed impegnano il loro tempo a invidiare gli altri per qualsiasi cosa.
Lavorare e fare soldi porta solo infelicità perché i soldi non comprano il benessere spirituale mezzo importante per essere felici, a da questi pensieri fittizi scaturirà solo il narcisismo, l’invidia, la megalomania.
Russell ne La conquista della felicità, suggerisce due vie per uscir fuori dall’empasse. La prima riguarda l’analisi della paranoia o della paura che prendono il sopravvento. Se quella paura diventa realtà non sarà una tragedia universale (tranne in casi di salute). Capiterà e la vita andrà avanti lo stesso.
La seconda via è la meditazione riguardo alle passioni e agli interessi.
Perché se stimoliamo il nostro io verso le passioni, queste riusciranno ad indirizzare il nostro pensiero per avere un’ampia visione del tutto.
Di Russell sto leggendo “Elogio del vizio” e devo dire che ciò che leggo mi sembra incredibilmente contemporaneo.
L’invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù e che le porte del cielo si spalancheranno solo per gli infelici come loro, che attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato.
Carlos Ruiz Zafón, “Il gioco dell’angelo”.
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Ancora non leggo questo libro (mi manca solo questo) di Zafòn, è nella lista di attesa che è lunghissima, ma presto ovvierò a questa mancanza.
Ma dalla trama si può capire il perché di questa frase. David Martin orfano di madre che abbandonò la famiglia e di padre rimasto ucciso davanti agli occhi del figlio, viene “adottato” da un uomo ricco e potente di Barcellona ed anche se lui inizia facendo il fattorino, presto inizierà a scrivere e a ricevere numerosi consensi di pubblico per le sue opere.
Ed anche se è un romanzo, descrive alla perfezione la realtà!Più hai successo (anche se non diventi famoso) più attiri l’invidia degli altri (anche se questi stanno meglio di te)!

L’Anima del Mondo è alimentata dalla felicità degli uomini. O dall’infelicità, dall’invidia, dalla gelosia. Realizzare la propria Leggenda Personale è il solo dovere degli uomini. Tutto è una sola cosa. E quando desideri qualcosa, tutto l’Universo cospira affinché tu realizzi il tuo desiderio.
Paulo Coelho, “L’alchimista”
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Un libro stupendo se si vuole percorrere la propria leggenda personale, un viaggio dell’io a livello spirituale per star bene con se stessi. Rappresenta la propria ricerca.
Le parole di Coelho suonano nefaste se il desiderio è negativo, ma questo è ciò che accade.
Nel senso che se trami mosso dall’invidia o da altri sentimenti negativi, nei confronti di certe persone, l’Universo può ascoltarti alla fine.
Ti ascolta se il tuo pensiero è positivo atto a realizzare te stesso, ma l’Universo è grande e la negatività è sempre in agguato.
L’invidia è il sentimento che noi proviamo quando qualcuno, che noi consideriamo del nostro stesso valore ci sorpassa, ottiene l’ammirazione altrui. Allora abbiamo l’impressione di una profonda ingiustizia nel mondo. Cerchiamo di convincerci che non lo merita, facciamo di tutto per trascinarlo al nostro stesso livello, di svalutarlo; ne parliamo male, lo critichiamo. Ma se la società continua ad innalzarlo, ci rodiamo di collera e, nello stesso tempo, siamo presi dal dubbio. Perché non siamo sicuri di essere nel giusto. Per questo ci vergogniamo di essere invidiosi. E, soprattutto, di essere additati come persone invidiose. In termini psicologici potremmo dire che l’invidia è un tentativo un po’ maldestro di recuperare la fiducia e la stima in sé stessi, impedendo la caduta del proprio valore attraverso la svalutazione dell’altro.
Francesco Alberoni
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Alberoni, sociologo, giornalista e scrittore tratta il tema dell’articolo nel libro “Gli invidiosi”. Queste persone osservano gli “avversari” ed entrano in competizione con essi per non rimanere indietro.
Per Alberoni questo sentimento deriva da una vita deludente, dalle sconfitte, la persona è insicura ma ancora reattiva. Il sociologo affronta in modo perfetto il problema dell’invidia, elencando, in ultimo, anche i sintomi dell’invidia, quali la maldicenza, il pessimismo, la vendicatività, la predisposizione alle critiche, l’autocommiserazione, il perseguimento alle onorificenze e consiglia come far sparire, e quindi superare, questo male.
Credo che tra i vizi capitali, l’invidia sia il male assoluto. Un sentimento che si insinua nelle persone, le avvolge e non le lascia libere.
Parlando dei vizi capitali, parlo anche dei libri che trattano questi argomenti continuando a consigliare delle letture interessanti.
A presto, con gli altri vizi.

lunedì 8 dicembre 2014

Atmosfera natalizia: dai mercatini ai racconti di Natale

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Da pochi giorni è entrato il mese di dicembre, sui calendari si strappa via il mese di novembre, il mese del Samhain, dei raccolti, per far posto al mese natalizio.
Siamo ancora in autunno perché l’inverno entra il 21 dicembre, ma l’atmosfera natalizia è avvolta in un’aurea invernale.
Per la maggior parte delle persone, arriva Natale, quindi arriva l’inverno ed arrivano anche i mercatini di Natale.
Arriva il calore del legno, il suo profumo che riempie le case attraverso i camini o con pupazzetti realizzati a mano da artigiani che espongono le loro opere nelle bancarelle.
Il vapore acqueo (il cosiddetto fumo) esce dalla bocca quando espiriamo e si contorce fino a sparire nell’aria, la musica esce dai diffusori sparsi per le vie o per il corso, avvolti in morbidi cappotti ci aggiriamo tra le esposizioni degli artigiani.
Almeno in questo periodo gli sguardi delle persone si concentrano sugli oggetti fatti a mano, oggetti creati da chi ha passione, da chi ha pazienza, da chi si cimenta nel realizzare cose creative e da chi vorrebbe, almeno a Natale, guadagnare con quelle cose che sono uniche perché non sono produzioni industriali.
La storia dei mercatini di Natale nasce nel 1400, tra la Germania e l’Alsazia. Il primo mercatino della storia si svolse a Dresda, nel 1434, il lunedì precedente il Natale.
Da Dresda la voglia di far mercatini si sviluppò in tutto il paese. Da noi questa tradizione arrivò in ritardo, infatti a Bolzano il primo mercatino ci fu nel 1990 e questo è ritenuto il mercatino più importante ai giorni nostri.
Naturalmente i mercatini, all’epoca, venivano frequentati dalla borghesia perché i manufatti avevano dei prezzi alti. Credo ancora oggi molti artigiani conservino prezzi non accessibili a tutti.
Mi cimento con manufatti di fimo o cernit (due paste modellabili che devono essere cotte al forno per realizzare pupazzetti o perle o altro) e capisco che, essendo pezzi unici che comportano fatica, tempo e denaro (per comprare le materie prime) il prezzo possa essere un po’ alto rispetto a quanto potremmo aspettarci.
Tutto sta nell’umiltà e nella coscienza di chi realizza i manufatti, solo loro possono adeguare il prezzo nei confronti di chi compra e nei confronti del guadagno che vogliono realizzare. Se vogliono cioè speculare o guadagnare un po’ di più di quanto hanno speso.
Anche chi compra dovrebbe riconoscere di avere tra le mani qualcosa di unico e non di dozzinale, industriale.
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Fatto sta che in questi mercatini si respira un’aria felice, sembra proprio che quell’atmosfera possa cambiare la giornata.
A me l’aria di Natale fa pensare anche alle librerie addobbate e alle storie che si raccontano, se ancora si raccontano o si leggono magari vicino ad un camino, abbracciati da un plaid mentre le luci dell’albero illuminano la stanza ad intermittenza.
Sarebbe bello raccontare e far vivere i racconti a chi ascolta, anziché guardare film visti e stra visti come ogni anno.
Sarebbe bello far viaggiare la fantasia riuscendo a sceneggiare le immagini che si susseguono nella nostra mente, mentre si legge, magari un racconto di Natale, come facevano i nostri nonni quando eravamo piccoli tenendoci sulle gambe.
Suggerirei di leggere dei classici che non passano mai di moda come Canto di Natale di Charles Dickens (Nella gelida notte della vigilia di Natale il vecchio Scrooge, che ha passato tutta la sua vita ad accumulare denaro, riceve la visita terrificante del fantasma del suo socio. Ma è solo l’inizio: ben presto appariranno altri tre spiriti, per trasportarlo in un vorticoso viaggio attraverso il Natale passato, presente e futuro. Un viaggio che metterà Scrooge di fronte a quello che è realmente diventato: un vecchio tirchio, insensibile e odiato da tutti, che ama solo la compagnia della sua cassaforte. Riuscirà la magia del Natale a operare un miracolo sul suo cuore inaridito?)
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Ricordo di Natale di Truman Capote (Provate a figurarvi la cucina di una vecchia casa di campagna. Una donna dai capelli bianchi è in piedi davanti alla finestra. È piccola e vispa come una gallinella. “Perbacco – esclama -è tempo di panfrutto!”. La persona con cui parla sono io. Ho sette anni; lei ha superato i sessanta. Siamo cugini e viviamo insieme da che ho memoria. Io e lei siamo amici per la pelle. Mi chiama Buddy, in memoria di un suo amico del cuore, morto quando era ancora bambina. E bambina è rimasta.)
Un sogno di Natale, e come si avverò di Alcott Louisa M. (Il volume raccoglie tre racconti dedicati al Natale: “Un sogno di Natale, e come si avverò”, per lungo tempo inedito anche in America e recentemente ritrovato fra le carte dell’autrice, “Un Natale in campagna”, “Un nuovo modo di trascorrere il Natale”, tutti mai tradotti prima. La produzione della Alcott, benché la sua fama sia essenzialmente legata alla straordinaria popolarità di “Piccole donne”, è vasta e inesplorata per i lettori italiani. La Alcott riesce a infondere autenticità in queste piccole storie basate sui valori fondamentali e su un immancabile e toccante lieto fine. Postfazione di Elizabeth McKenzie.)
Notte di Natale. Quindici storie sotto l’albero, autori vari (È vero, nella notte di Natale possono accadere dei miracoli. Ma ci si può anche perdere tra i ghiacci delle montagne. Si può morire di fame e di freddo. Si possono percepire strane presenze. Si può gioire per un regalo inaspettato. Hoffmann, Andersen, Stifter, Gogol’, Gasiceli, Dickens, Dostoevskij, Maupassant, Van Dyke, Anstey, Le Braz, Hume, Cechov, O. Henry, Yeats: un caleidoscopio di letture per aspettare insieme a quindici grandi autori l’arrivo della notte di Natale. Voci diverse, atmosfere di sogno e di mistero, temi delicati e amari al tempo stesso: le storie qui raccolte ci raccontano miracoli, apparizioni di fantasmi, solitudini e improvvisi stupori. Ma tutte ci parlano di speranza e di magia.)
Sono solo alcuni suggerimenti di libri che aspettano di esser presi, nelle librerie, ce ne son tanti.
I classici riportano indietro nel tempo e fanno sognare di più.
Naturalmente anche la cinematografia ha dei classici che son sempre piacevoli da vedere e rivedere, ma le loro sceneggiature provengono dai libri, i quali hanno qualcosa di magico e in questo periodo incantato per eccellenza si dovrebbero rispettare le vecchie tradizioni, magari attorno al fuoco.
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E mi raccomando…fate viaggiare la vostra fantasia!


Articolo scritto per iltempolastoria.it
http://www.iltempolastoria.it/rubriche/libri-in-viaggio/atmosfera-natalizia-dai-mercatini-ai-racconti-di-natale/

giovedì 27 novembre 2014

La discriminazione dell'ebook

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Al grido di “Un libro è un libro” scrittori, artisti in supporto, lettori manifestano la loro disapprovazione fotografandosi con il pollice in giù!
Si critica l’Iva applicata all’ebook (22%) contro quella del libro (4% come quella per i beni di prima necessità).
Sinceramente mi stupisce questa discriminazione, perché credevo fosse il contrario. Credevo che il libro cartaceo fosse relegato in un angolino, su una sedia a dondolo con un mantello sopra ed un bastone a fianco, mentre il giovane ebook scattante veniva osannato da tutti, o quasi e quindi anche a livello fiscale.
Invece il giovane ebook viene osteggiato!
Se l’ebook poteva essere considerato come un salvagente per le case editrici italiane che si trovano ad affrontare la crisi editoriale, con l’Iva al 22%, credo vedranno l’abisso!
Il Ministro dei Beni Culturali aveva fatto capire che l’intenzione era di ridurre l’Iva al 10%, ma qualcosa non ha funzionato se l’Iva al 22% è stata portata avanti con prepotenza.
L’Italia ha seguito le direttive europee per non incorrere in sanzioni a discapito della già maltrattata cultura!
Perché se già eravamo agli ultimi posti nelle vendite che riguardano il settore editoriale, ora non oso immaginare dove andremo a finire.
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L’Italia la patria della cultura che tutti ci invidiano, ha ormai dei ruderi che senza manutenzione non riescono a rimanere in piedi.
Ormai son pochi coloro che combattono, e non si danno per vinti, in onore della cultura, in memoria, anche dei grandi che hanno reso l’Italia, da quel punto di vista, un gioiello da imitare.
Immagino le facce stupite di Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Ugo Foscolo, Giuseppe Ungaretti, Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Michelangelo Buonarroti, Gian Lorenzo Bernini, Leonardo da Vinci e molti altri.
In molti si chiedono se sia una manovra per massacrare ulteriormente il settore editoriale italiano, perché le già logorate case editrici devono necessariamente vendere ebook con l’Iva al 22% mentre Amazon, il colosso americano, con sede a Lussemburgo vende ebook al tasso del 3%.
Davvero gli eurodeputati non capiscono cosa sta succedendo?
Pare facciano confusione tra l’ebook (il file che contiene il libro) con l’e-reader (che è l’oggetto elettronico attraverso il quale si può leggere il libro).
Sembra assurdo perché la spiegazione è facile ed inoltre si può visualizzare la spiegazione!
Come dire: “Non hai capito? Ti faccio un disegnino!”. In questo caso si può fare l’esempio visibile e tangibile, prendendo un tablet (che ormai hanno tutti soprattutto gli eurodeputati) e un file nel suddetto tablet!
Non capire la differenza tra ebook e e-reader, consegue una certa ignoranza che può permettersi solo chi non ha confidenza con i mezzi elettronici e chi non si aggiorna perché è anti tecnologia!image

E’ una presa in giro bella e buona ed intanto il mercato italiano si inabissa sempre di più!
Il libro di carta è quasi considerato un bene di lusso, visti i prezzi della maggior parte dei cartacei ed ora l’ebook scelto da moltissimi lettori come scampo ai prezzi alti del libro tradizionale, subisce un aumento dell’Iva (ricordo al 22%) con conseguente crisi degli editori.
Questo è un attacco al settore editoriale italiano!
Inoltre il colosso americano Amazon lancia, proprio in questi giorni, Kindle Unlimited consentendo ai clienti di accedere alla lettura di 700 mila libri (e più) dove 15 mila sono in italiano alla modica cifra di 9,90 euro.
E il mercato editoriale italiano? Riceve una ulteriore botta in testa.
La discriminazione non è rivolta all’ebook, ma al settore culturale italiano!

L’articolo poteva finire qui e fungere da sfogo nei confronti di coloro che stanno mandando alla deriva la cultura italiana, ma in questi giorni il settore editoriale ha trovato un attimo di respiro, visto che l’emendamento alla Legge di Stabilità che riguarda il regime fiscale circa gli ebook e i libri cartacei, è stato approvato dalla Commissione bilancio della Camera.Quindi l’Iva scende dal 22% al 4% equiparandola a quella imposta ai libri cartacei.
Dario Franceschini, ministro alla cultura, aveva sostenuto questa proposta.
Una battaglia portata avanti dall’associazione “Un libro è un libro”.
Ora attendiamo la decisione europea a questa presa di posizione dell’Italia, che rischia di essere multata per infrazione come successe alla Francia e al Lussemburgo nel 2012, perché avevano ridotto al 7% e al 3% la tassazione sull’ebook rispetto all’Iva imposta dall’Unione Europea del 15%.
A questo punto, incrociamo le dita.
Chi combatte per la cultura non può ricevere punizioni!


Articolo scritto per iltempolastoria.it

http://www.iltempolastoria.it/rubriche/libri-in-viaggio/la-discriminazione-dellebook-2/

venerdì 7 novembre 2014

Come evitare consigli inutili


Vedo sempre più spesso circolare libri che danno l’imprinting per vivere la vita (la propria vita) al meglio, senza pesi, senza aspetti negativi, senza pensieri, senza vizi, solo col sorriso sempre e comunque: “28 semplici abitudini che ti renderanno una persona più felice”, “100 modi per vivere una vita migliore”, “Le 7 regole per avere successo”, “Come trattare gli altri e farseli amici”, “il più grande venditore del mondo”, “The secret”.
I loro autori sembrano fare a gara per dispensare consigli, naturalmente l’uno si reputa migliore dell’altro!
A prescindere che il sorriso viene dopo un muso lungo, una litigata, un pensiero negativo (yin e yang, nero e bianco e poi i colori, senza sfumature!), ma non capisco come viene in mente a questi personaggi (in qualsiasi modo si fanno chiamare) di decidere al posto degli altri come dev’essere vissuta la vita.
Quando sei felice danza, canta, balla – sii felice! E quando giunge la tristezza, cosa inevitabile… già si sta affacciando, deve giungere poiché è inevitabile, non c’è modo di scacciarla… se cerchi di evitarla, dovrai distruggere la possibilità stessa di essere felice. Il giorno non può esistere senza la notte, l’estate non può esistere senza l’inverno, e la vita non può esistere senza la morte.
(Osho)
Alla base di consigli, esempi e dictat c’è la vita (quella vera) di ognuno e ogni persona deve volere il cambiamento.
Ad esempio, ci sono libri “miracolosi” per smettere di fumare, perché fumare fa male. “Ah si?”, avete mai pensato che la persona che fuma, magari sa che fa male, ma vuole farlo lo stesso?
Allora posso scrivere un libro anch’io, “smetti di respirare” perché l’aria è infestata da gas nocivi e agenti chimici.
Ma poi ti senti dire da persone che hanno smesso o che non fumano che il fumo è un di più che moltiplica gli effetti negativi dell’aria rarefatta.
“Ah!” Allora tu che bevi un liquame gassato col quale si toglie anche la ruggine o tu che spalmi sul pane o sulle fette biscottate olio di palma con presenza di cioccolata ridotta allo 0,0001%, tu credi di vivere sano?
Nessuno può farsi condizionare dal pensiero altrui.
Chi scrive certi libri (fatico a chiamarli così), li scrive pensando a se stesso ed osservando dei campioni di persone. Ma non sono tutti uguali.
Non si può generalizzare come con gli oroscopi e rivolgersi ad ogni soggetto (che comprerà il libro) allo stesso modo.
Ben accetti son dei libri che spronano, che risvegliano la volontà di fare, assopita da vari avvenimenti nel corso della vita di ognuno, ma questi libri (come ad esempio La via dell’artista di Julia Cameron) sottolineano il concetto scritto sopra: “Se la persona non è consapevole, non è pronta per dare una svolta, allora le parole non funzioneranno”.
Anzi creeranno più confusione.
Son tutti bravi a dire cosa fare agli altri, ma nessuno pensa veramente alla persona che riceverà queste dritte, questi consigli da seguire.
PicMonkey Collage
Son libri che pensano a far smettere (di fare qualcosa) o a far soldi, nessuno si chiede cosa vuole davvero la persona. 
Anch’io ho nella mia libreria un libro di Fabio Marchesi “Io scelgo, io voglio!Io sono, ero curiosa e l’ho comprato, ma ancora non lo leggo fino alla fine.
Facendo una sorta di analisi al titolo, si scoprono delle ovvietà ed anche se in certi casi l’ovvietà non è così ovvia, in questo caso è assolutamente ovvia.
Io scelgo, certamente, ogni percorso della vita è dato da una scelta. Se non si sceglie si rimanere fermi in un limbo (ed alcuni lo fanno per capire cosa fare, dove andare…).
Io sono, si una persona, ma qualcuno molto tempo fa (nel 1637 nel Discorso sul metodo), tale René Descartes (italianizzato in Renato Cartesio) disse, “Dubito ergo cogito, cogito ergo sum” (Dubito quindi penso, penso quindi sono), quindi era già assodato che la persona è (se questo concetto era in dubbio!)
Nota fondamentale: Io voglio?
Metto il punto interrogativo perché questo è il dilemma.
E’ necessario capire se la persona che dedica del tempo (strano perché la maggior parte dice di non leggere perché non ha tempo) a certe letture, vuole davvero cambiare oppure capire le emozioni e sensazioni altrui.
Conosci te stesso (ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ in greco antico; Nosce te ispum in latino) recitava l’iscrizione nel tempio di Apollo e stiamo parlando di tantissimo tempo fa).
Conosci_te_stesso_01_ING
Conoscere l’altro e se stessi – cento battaglie, senza rischi; non conoscere l’altro, e conoscere se stessi – a volte, vittoria; a volte, sconfitta; non conoscere l’altro, né se stessi – ogni battaglia è un rischio certo.
(Sūnzǐ, generale e stratega cinese)
Ma per capire gli altri, la persona deve prima capire se stessa, deve conoscersi e non è facile farlo. Un libro non può aiutare, perché il percorso è elaborato. Parenti, amici, compagni, psicologi, non possono cambiare una persona se il cambiamento non è voluto fortemente dalla persona stessa.
Questa è la cosa importante da tenere a mente.
La persona può essere ascoltata, osservata, abbracciata (comportamenti che son in grado di fare solo poche persone), ma non potrà mai essere cambiata da delle parole scritte su dei libri, i quali autori non conoscono il soggetto che le leggerà.
Siamo belli così come siamo perché è bella la varietà (come tante mongolfiere colorate, non so perché ma mi viene in mente questo esempio), non si possono avere dei soldatini plasmati a proprio volere, tutti uguali, è come avere una coltre di fumo nero perenne sulle nostre teste.
E comunque evitiamo di farci seghe mentali.

smetterla_di_farsi_le_seghe_mentali
“È tipico del depresso non fare niente ma aspettarsi che gli altri facciano qualcosa per lui.” 
(Giulio Cesare Giacobbe)

Se volete diventare consapevoli della vostra essenza non leggete libri che vi faranno “cambiare” per pochi giorni o mesi o qualche anno, ma ascoltate la vostra volontà e la vostra sete di conoscenza e risvegliatevi un po’ alla volta. Il risveglio è il segreto, ma si dev’essere disposti ad ascoltare non le cavolate, ma ascoltare il proprio io.

Nessun altro ti costringe a vivere in un inferno: sei tu a sceglierlo. La mente vede il negativo e lo diventa, perpetuando così la miseria: più negatività hai nella mente, più negativo diventi, e più negatività accumuli. Il simile attrae sempre il simile, e questo va avanti da vite intere! Manchi l’estasi della vita a causa di questo approccio negativo. 
(Osho)



Articolo scritto per iltempolastoria.it

http://www.iltempolastoria.it/rubriche/libri-in-viaggio/come-evitare-consigli-inutili/

giovedì 30 ottobre 2014

La Compagnia della Morte






Tempi duri per l'Italia...di nuovo. Dopo un Rinascimento che aveva portato un po' di respiro in ambito culturale ed artistico, attraverso il quale si poteva respirare aria di rinnovo, si proseguì con le guerre, che tolsero la libertà agli italiani, precisamente con la discesa di Carlo VIII, tutto “grazie” ai conflitti interni (perché l'Italia era profondamente divisa), sostenuto dai baroni contro Ferdinando D'Aragona. I vari conflitti e i vari sotterfugi vanno avanti e a Carlo VIII succede Francesco I di Valois che si ritrova a scontrarsi con Carlo V. 

Naturalmente il teatro delle loro lotte era sempre l'Italia.
Si voleva contenere la forza degli Asburgo nella persona di Carlo V, già re di Spagna, ma alla fine la dominazione spagnola vinse ed occupò tutto il territorio dell'Italia meridionale e insulare, il Ducato di Milano e lo Stato dei Presidi a sud della Toscana.
Tutto ciò gravò sulle finanze dei cittadini italiani occupati. La Spagna era sempre alla ricerca di soldi per finanziare le continue guerre e gli sfarzi e il popolo si  indeboliva sempre di più.
Fino a quando sbucò una figura importante, che guidò una rivolta, Tommaso Aniello d'Amalfi, detto Masaniello. Figura chiave per il popolo napoletano oberato di tasse.
Sulla base di questa storia d'Italia, nasce il romanzo storico di Alfredo Colitto, "La compagnia della Morte", che è un preludio del romanzo storico "Peste".
Masaniello non era il solo ad aver pensato di ribaltare il potere degli spagnoli, per liberare il popolo serviva un'azione di coraggio e i misteriosi componenti della Compagnia erano pronti a realizzarla.
In agguato però c'erano degli intrighi macchinati da odi profondi, proprio all'interno del gruppo di pittori che aveva fondato la Compagnia della Morte.
L'invidia con la rabbia e l'avidità genera un mostro dal quale non si torna più indietro.
Sebastiano Filieri promettente pittore aveva avuto tutto ciò che avrebbe voluto un suo rivale, per questo doveva pagare.
A dargli man forte c'era la compagna e futura moglie del padre di Sebastiano .
La tensione nella Compagnia della morte era alta, dovevano affrontare un piano altamente rischioso e gli uomini ignoravano la seconda trama perché ordita in gran segreto.
I nemici che congiuravano nell'ombra provocarono un dissesto familiare per far cadere Sebastiano nell'oblio, ma la personalità del pittore è forte e resiste.
L'odio, la cattiveria generano morti innocenti, ma gli stessi cattivi non saranno immuni alla giustizia divina.
Prima o poi arriva la verità e Sebastiano la scopre grazie alla cognata in fin di vita, che evidentemente, vuole redimersi prima di passare oltre.




Scorrevo lentamente i miei occhi sulle pagine, per il gusto di assaporare certe vicende, certe parole, certi svolgimenti storici. Ieri notte sono arrivata alla fine e ci son rimasta male perché non avevo mai visto una conclusione così, non in Colitto, ed infatti La Compagnia della Morte non è una fine, ma piuttosto un preambolo del prossimo libro, Peste.
Di cosa sto parlando? Per saperlo dovete leggere il libro!
Leggere i romanzi storici o i thriller storici di Alfredo Colitto è come sempre un piacere. 
Si rispolvera dei periodi storici importanti e la lettura è davvero scorrevole e piacevole, grazie alla sua abilità di scrittura.
Alla fine de La Compagnia della Morte, vi aspettano i primi tre capitoli di Peste.
Buona lettura.


Trama de La Compagnia della morte

Napoli, 14 agosto 1655. Il caldo torrido del pomeriggio non dà pace alle vie affollate della città, ma il pittore Sebastiano Filieri non può restarsene tr le fresche mura della cappella di Palazzo Agliaro, dove sta dipingendo un ciclo di affreschi. Lo attende un compito difficile: dire addio a Maria, la sorella di sua moglie Angela, l'ultimo affetto che gli resta della sua famiglia decimata.
Mentre Sebastiano è al suo capezzale, la donna pronuncia poche parole: un delirio, all'apparenza, ma a lui rivelano una verità che cercava da anni. La verità sulla morte di Angela.
Quelle parole lo riportano ai tragici giorni della rivolta di Masaniello, quando era entrato nella Compagnia della Morte, una società segreta di pittori che durante la notte cercavano e assalivano i soldati spagnoli nelle vie di Napoli, per testimoniare con la spada che la loro città mai si sarebbe rassegnata al dominio straniero.
Ma una notte, di ritorno da una missione, Sebastiano aveva trovato la moglie e la figlia crudelmente assassinate, da una persona che ormai era già morta. Distrutto dal dolore, aveva lasciato la Compagnia.
Ora, però, accanto a Maria, morente, comprende che il colpevole è un altro, e che la vendetta è ancora possibile.





Titolo: La Compagnia della Morte
Autore: Alfredo Colitto
Editore: Piemme
Prezzo: 1,90

lunedì 27 ottobre 2014

La classifica della Letteratura

Romanzo Storico e Fantasy
Io sono una lettrice (Ma va? Dirà qualcuno) per chi non l’avesse ancora capito e di solito leggo di tutto, ho, però, dei generi che preferisco e sono il romanzo storico e il fantasy!
Non capisco perché questi due generi vengono classificati di serie b, come se fossero dei libricini ludici, al pari delle spiegazioni di un aggeggio elettronico del quale si capisce perfettamente il funzionamento. Ma perché poi certa gente deve creare una classifica?
Per scrivere libri di genere fantasy o romanzo storico, serve una creatività sviluppata e uno studio accurato.
Capisco che la creatività è per pochi, anche se Julia Cameron dice (ne La via dell’artista) che tutti ce l’hanno, perché chi intraprende la via della fantasia inizia dei voli pindarici rimanendo con i piedi a terra, viaggia rimanendo dov’è, riesce a evadere mentalmente rimanendo legato alla realtà. Non si tratta di comportamenti infantili, al contrario.
L’autore sogna e fa sognare anche il lettore e per far sognare il lettore (quello vero) serve molta fantasia.
Ricordo di aver letto un libro (e mi son fermata al primo) sui vampiri talmente scialbo, sterile che non ha creato nemmeno un’immagine nella mia mente. Orbene la mia testa ci provava ma l’immagine creata a fatica spariva in un puff.
Scrivere trame fantastiche non è semplice!
Scrivere trame storiche non è facile!
Poi incontri persone che credono di avere una fantasia talmente ampia da saper tutto e che considerano questi due generi di serie c addirittura.
Il bello è che questo giudicare i due generi, viene da persone che lavorano in libreria.

Non capisco se sia un atteggiamento snob oppure se davvero pensano quello che dicono!
Molti sono gli autori che si cimentano in ricerche per dare vita alle loro creature ed io, naturalmente, ho chiesto a loro cosa ne pensano di questi inutili giudizi.
Ho posto la domanda sul romanzo storico a Franco Forte (scrittore, sceneggiatore, giornalista. Direttore editoriale delle collane da Edicola Mondadori (Gialli, Urania, Segretissimo), autore per le serie tv “Distretto di Polizia”, “RIS: Delitti imperfetti”. La sua ultima fatica letteraria è “Ira Domini” ed. Mondadori), Alfredo Colitto (scrittore e traduttore. Autore di “Cuore di ferro”, “I discepoli del fuoco”, “Il libro dell’angelo”, “Caffè Nopal”, “La porta del paradiso” e presto uscirà una sua ultima fatica “La compagnia della morte” precisamente il 21 ottobre), Carlo A. Martigli (scrittore che si dedica anche al teatro, ha scritto “999 l’ultimo custode”, “L’Eretico”, “La congiura dei potenti” uscito quest’ultimo il 28 agosto scorso. Scrive anche horror per ragazzi con lo pseudonimo di Johnny Rosso) e Marcello Simoni (ex archeologo e bibliotecario, è uno scrittore. Ha vinto il premio Bancarella 2012, “Il mercante di libri maledetti” ha il secondo posto di libri più venduti in Italia (2011). La trilogia del mercante prosegue con “La biblioteca perduta dell’alchimista” e “Il labirinto ai confini del mondo”. Ricordo anche la Rex Deus Saga “L’isola dei monaci senza nome” pubblicata precedentemente in ebook e la sua ultima fatica “L’abbazia dei cento peccati” anch’essa una saga della quale si attende il seguito); la domanda sul fantasy a Antonio Lanzetta (scrittore di fantasy che si è classificato, nel 2012, al primo posto nel concorso letterario nazionale “Nuove Chimere” con “Ulthemar-La Forgia della Vita” come miglior fantasy sperimentale. Il suo ultimo lavoro si intitola “Warrior. La vendetta del guerriero”); entrambe le domande a Oriana Ramunno (grafica, illustratrice e scrittrice. I suoi lavori sono “Gli dei di Akihabara” e l’ultimo “Le ombre di Averno” pubblicati da Delos Digital. C’è anche un progetto di un fantasy storico scritto a quattro mani con Scilla Bonfiglioli) ed a Scilla Bonfiglioli (attrice e regista nella Compagnia teatrale “I Servi dell’Arte”, ha pubblicato diversi racconti per Delos Digital e per Mondadori. Ricordiamo che un suo racconto “La corte della seta” è in “Anno Domini” giallo Mondadori dello scorso luglio. Autrice della saga fantasy “L’ultima soglia”. In questo mese è uscito “Porche Parche”.)

Cosa risponde a chi considera il romanzo storico una storiella di poco conto che dovrebbe rimanere relegato nei meandri di uno scaffale di libreria, lasciando il posto magari ai saggi? Cosa pensa di una persona che non considera questo genere rispetto ad altri generi e si considera una libraia?
Franco Forte
Mah, non mi metto certo a discutere con i librai, ciascuno lavora a modo suo. Di sicuro il romanzo storico è una finestra importante sul nostro passato, sugli avvenimenti e sulle persone che hanno dato vita al presente, e leggerli, viverli attraverso le emozioni che possono essere trasmesse da un genere letterario come questo, significa imparare tanto del presente e della società attuale. Come si può credere di vivere senza conoscere il nostro passato? L’esempio di chi ci ha preceduto dovrebbe essere fondamentale per evitare di nuovo gli errori che hanno costellato il progresso umano, ma molti sembrano non capirlo. Un esempio? Quasi 2000 anni fa Catone scriveva: “I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene. Quelli di beni pubblici nella ricchezza e negli onori”. Non sembra una frase pronunciata oggi? Qual è la differenza? Ecco, sono proprio queste lezioni che dovrebbero farci comprendere quanto sia importante affondare ogni tanto nel nostro passato per recepire la lezione e farla nostra. MA non attraverso la saggistica o i libri di scuola, che servono solo a chi vuole “studiare”. La storia, per capirla davvero, va vissuta, e solo il romanzo storico può farlo.
Alfredo Colitto
In realtà non credevo possibile che qualcuno pensasse questo del romanzo storico. Voglio dire, ci sono precedenti illustri, da Manzoni a Dumas, tanto per citarne solo due. E mi sorprenderei molto se a dirlo fosse una persona che lavora in una libreria.
Poi è vero che circolano tanti libri brutti e scritti male, ma non dipende dal genere, che è nobilissimo. Dipende dagli scrittori e dagli editori.
Carlo A. Martigli
Fondamentalmente che nonostante il suo lavoro, non sa leggere…Un libro è bello quando dà un’emozione. Se non la dà, è brutto. E può essere un giallo, uno storico, un intimo, un fantasy o una fantascienza. Vivere di pregiudizi è una dichiarazione di ignoranza. In più, credo che un bel romanzo storico, emozionante, possa far riflettere, attraverso il passato, sul presente e dare una chiave di interpretazione non settaria, ma più libera e aperta. Questo, se ci si ferma un istante a riflettere. Ma se la riflessione non fa parte della vita, è inutile stare a parlarne.
Marcello Simoni
A questa persona risponderei con poche parole, perché se si esprime in questi termini significa che legge pochi libri, che non sa distinguere i generi e che quindi non capisce un’acca di narrativa. Il romanzo storico è una particolarissima commistione di documentazione e fiction che consente al medesimo tempo di intrattenere e di visitare epoche passate. E questo succede a prescindere dall’accento giallo, romantico o avventuroso che l’autore conferisce al ritmo della narrazione.

Autori
Cosa rispondi a chi considera il Fantasy una storiella per bambini, al pari di certe favole, che non richiede (sempre per tali persone) nessuna ricerca, ma solo idee distorte dell’autore? Come spieghi a queste persone, soprattutto a quelle che si considerano dei librai, la ricerca e la creatività necessarie per scrivere un Fantasy?
Antonio Lanzetta
In Italia il fantasy e’ sempre stato considerato un genere letterario di serie B. Per quanto un autore di genere possa avere talento e produrre storie di alto livello narrativo, sara’ sempre considerato alla stregua di qualcuno che vende aria fritta. Eppure scrivere fantasy, creare mondi e situazioni, rappresenta il mezzo piu’ efficace per analizzare la nostra societa’. Temi complessi possono essere spiegati e diluiti attraverso il meccanismo della metafora. Trasporre la realta’ che viviamo in contesti legati all’immaginario puo’ aiutare a capire il perche’ delle cose.

Cosa rispondi a chi considera il romanzo storico una storiella di poco conto che dovrebbe rimanere relegato nei meandri di uno scaffale di libreria, lasciando il posto magari ai saggi? Cosa pensi di una persona che dice e pensa queste cose e si considera una libraia?

Oriana Ramunno
Se un libraio mi dicesse queste cose, penserei che la libreria in questione ha molti saggi in magazzino da liquidare!A parte l’ironia, è una realtà che spesso il romanzo storico venga considerato una “storiella” piena di errori cronologici o inesattezze di vario genere, in cui lo scrittore travisa la realtà e la plasma a favore della trama, dando un’immagine distorta di un evento. Chi vuole imparare la storia, dunque, compri un saggio? Sì, se quello che interessa è soltanto l’evento in sé. Il romanzo storico, però, può darci qualcosa in più rispetto a un trattato di storiografia: l’atmosfera. Partiamo dal presupposto che, a differenza di quanto si pensi, un bravo scrittore non debba plasmare la realtà per adattarla alla trama, ma il contrario. Lo scrittore deve limitare la propria fantasia e strutturare la trama in base agli eventi storici. Per fare ciò, occorre uno studio accurato: egli deve conoscere bene non solo gli eventi storici, ma gli usi, i costumi e le condizioni sociali di un’epoca. Prendiamo l’esempio di uno scrittore che voglia raccontare una storia ambientata nell’antica Roma. Non gli basterà sapere che Tito, come imperatore, dovette affrontare l’emergenza dell’eruzione del Vesuvio, ma dovrà interrogarsi anche su altri aspetti. Come vivevano i romani? Cosa mangiavano? Che unità di misura usavano? Come si vestivano? Com’era il rapporto tra genitori e figli? E tra l’imperatore e il popolo? Com’è stata l’eruzione del Vesuvio? Come sono stati organizzati i soccorsi? Ecco che, allora, entra in scena il saggio storico, che deve essere la base di studio dello scrittore insieme ad altri documenti (nel caso dell’eruzione del Vesuvio, le immancabili epistole di Plinio il Giovane). La stesura di un romanzo del genere, dunque, prevede uno studio accurato del periodo storico scelto e non ha la pretesa di sostituire un saggio, ma di fornire un modo diverso di comprendere la storia. Quello che rimane al lettore, infatti, è soprattutto l’atmosfera. E’ attraverso l’atmosfera, che egli si ritrova catapultato nel passato e che può sentirne suoni e odori. E’ attraverso l’atmosfera che la storia ci rimane dentro, impressa nelle mani che hanno sfogliato le pagine. L’aria irrespirabile satura di gas e cenere, il caldo insopportabile sulla pelle, l’odore di bruciato che punge le narici, la paura e la sofferenza: queste sono cose che un romanzo storico può raccontarci dell’eruzione del Vesuvio, e un saggio no. Voglio citare un ultimo esempio, al proposito. Stavo cercando un libro che mi raccontasse l’Apartheid, facendomi “vivere” quel momento storico così delicato, e alcuni sudafricani mi hanno suggerito il libro I burattinai di Renesh Lahkan, scrittore nato nel KwaZulu – Natal, una regione sudafricana che si affaccia sull’Oceano Indiano. Racconta di un bambino nato da un matrimonio misto, durante l’amaro governo degli afrikaaner. Questo libro, ha la risposta alla domanda che mi è stata posta. Ci sono due modi, per capire la storia. Uno è leggere un saggio, l’altro è leggere un romanzo. Ma l’Apartheid è qualcosa che non si può imparare dalle date e dagli eventi. L’Apartheid era una condizione interiore, che solo chi ha vissuto può raccontare. Con I burattinai riusciamo a cogliere quella condizione, perché viviamo la storia attraverso gli occhi e le emozioni del protagonista. Nulla più di un romanzo può insegnarvi cos’è stato quel periodo storico. Ecco che, grazie all’atmosfera, il romanzo può battere il saggio

Scilla Bonfiglioli
Non vedo perché narrativa e saggistica debbano essere considerati in antitesi. Lo scopo dei saggi è quello di essere esaustivi, portare fonti e documenti, costruire e ricostruire un pensiero, una tesi, un argomento. Un’opera di narrativa deve invece stimolare l’interesse del lettore attraverso altri strumenti. La narrativa permette di vivere un’esperienza in prima persona, a fianco del protagonista o addirittura diventando il protagonista stesso. Possiamo leggere un saggio meraviglioso sulla Roma imperiale, oppure immergerci nella Roma imperiale stessa attraverso, ad esempio, i gialli storici di Danila Comastri Montanari, vivendola attraverso le indagini del senatore Publio Aurelio Stazio e del suo liberto Castore. La scelta di uno non esclude l’altro. Anzi, per quanto mi riguarda, leggere l’uno apre automaticamente la porta all’altro. C’è davvero chi auspica alla presenza dei soli saggi in una libreria? Penso sia una fantasia se non altro limitata. Sarebbe come se il proprietario di un locale pretendesse di servire solo e soltanto Cosmopolitan. Sarebbe un barista molto stupido.

Cosa rispondi a chi considera il Fantasy una storiella per bambini, al pari di certe favole, che non richiede (sempre per tali persone) nessuna ricerca, ma solo idee distorte dell’autore? Come spieghi a queste persone, soprattutto a quelle che si considerano dei librai, la ricerca e la creatività necessarie per scrivere un Fantasy?

Oriana Ramunno
Avete presente l’Odissea? Non direste che è una favola per bambini. E avete presente l’Epopea di Gilgamesh? Entrambe possono essere considerate le prime opere fantasy della storia della letteratura. Il fantasy è un genere che affonda le sue radici nell’epoca greca e mesopotamica eppure, oggi, viene considerato un genere minore, contrapposto alla letteratura “alta”. Il fantasy viene spesso svalutato e liquidato come “letteratura di genere”, eppure richiede una profonda conoscenza dei miti e della storia. Uno scrittore di fantasy (e parliamo di un buono scrittore, non di uno mediocre) deve essere anche un buon conoscitore della mitologia, della storia e del simbolismo. Deve riuscire a combinare il surreale con il reale e offrire non solo una buona trama, ma anche una metafora del nostro mondo attraverso elementi fantastici. Un lavoro tutt’altro che facile e banale. Del resto, nemmeno le fiabe sono facili e banali. E chi ha masticato un po’ di Vladimir Propp, ne sa qualcosa.
Scilla Bonfiglioli
È una battaglia vecchia e anche un po’ sfibrante. Bisognerebbe intanto sfatare il fatto che le favole siano per bambini, basterebbe avere un’idea del pensiero di Propp, di Callois o della Pinkola Estés per capire quanto la favola, la fiaba e il gioco siano una cosa seria e magistralmente costruita. Ci vuole molto più lavoro dietro a una storia archetipica, per farla funzionare, che dietro a molti altri generi. Il fantasy si rifà al mito, alle leggende, al folklore. Per scrivere una buona opera fantasy bisogna conoscere quello che è stato scritto prima a cominciare dalle storie degli dèi e degli eroi raccolte millenni fa. E ce ne sono così tante da poterci perdersi in uno studio di una vita. Alzi la mano chi non ha sentito parlare di Tolkien e della costruzione del suo mondo che affonda nell’antropologia e nella teologia, nello studio dei miti pagani celtici e nordici e nella linguistica: più lo studio è accurato, più il lettore viene catturato nella rete e sente il lavoro di amore e precisione all’interno di un testo. Ma parlare di Tolkien è troppo facile. Si potrebbe suggerire di dare un’occhiata alla saga del Mondo Disco di Pratchett. Cosa dire ai librai? Di spingere gli editori perché finiscano di tradurla tutta, la saga del Mondo Disco, magari, dal momento che c’è tanta storia quanto intelligentissima e sottile satira politica e sociale. Poi certo, si fa presto a portare esempi di qualità infima, dove la ricerca dietro la storia è bassa quanto l’abilità drammaturgica dell’autore. Il fantasy (e più in generale, il fantastico) è un genere che ha avuto molti boom e ha visto passare molte mode: è facile trovare spazzatura e gettare fango su tutto il resto, ma è stupido.
Non saprei che dire ai librai, anche perché non ho ben chiara quanta responsabilità abbiano per questo: il mio appello lo farei ai lettori, invitandoli a leggerne di più e a scegliere con consapevolezza, distinguendo una buona storia dall’ennesima minestra riscaldata.
Concludo velocemente: penso che questo problema relativo al fantasy sia tipico della realtà editoriale e intellettuale italiana. Tutta la letteratura di genere è ritenuta di serie B: “i fantasy sono per ragazzini, i gialli sono fatti per essere letti sotto l’ombrellone, l’horror è per malati di mente. Le uniche cose degne di essere lette sono quegli infiniti polpettoni introspettivi che vincono premi letterari dai nomi prestigiosi.” Questo è un pensiero che porta alla morte della lettura e della letteratura. Il mercato anglosassone non si fa problemi di questo genere e innalza senza snobismo nomi come Gaiman o Pratchett, autori del fantastico.
Se Harry Potter fosse stato scritto in Italia, forse non avrebbe mai visto la luce. E magari Stephen King scriverebbe ancora senza riscontro nella sua roulotte a Castle Rock. Non sono solo i lettori italiani a ricevere porte in faccia nelle librerie riguardo al fantasy e al fantastico, ma lo sono anche i nostri autori. Sarebbe interessante parlare anche di questo.

La morale è: Leggete bene e leggete tutto (magari non la cartastraccia). Non trascurate dei generi letterari che son costati fatica all’autore e che possono far viaggiare il lettore, solo per una stupida discriminazione!



Articolo scritto per iltempolastoria.it
http://www.iltempolastoria.it/rubriche/libri-in-viaggio/la-classifica-della-letteratura/

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